Le gloriose Olimpiadi di quest’anno hanno riportato alla ribalta un tema che è da anni piuttosto centrale nel dibattito politico, o perché assai auspicato, o perché assai rifiutato, ossia quello dello ius soli. In effetti abbiamo assistito alle prestazioni eccellenti di molti atleti italiani con fisici strettamente caucasici ma anche meno caucasici. Dopo la gara, tutti gioiamo per la medaglia di un rappresentante del nostro paese, ma poco dopo iniziano i distinguo, politici e non solo, sulle origini dell’atleta. E a cascata vengono alla luce innumerevoli casi di atleti di origine straniera ma nati, cresciuti e vissuti nel nostro paese oppure nati all’estero ma cresciuti e vissuti praticamente sempre qui che, non avendo ancora 18 anni, non possono gareggiare per la propria nazione poiché non vi è modo di avere la cittadinanza prima della maggiore età. Partono quindi le proposte: la prima che ho letto è quella di uno ius soli sportivo, che mi sembra francamente assurda: qual è il livello che si deve raggiungere per poter ottenere la tanto agognata cittadinanza? Le Olimpiadi? I campionati nazionali? I beneficiari di tale diritto sarebbero solo pochi atleti, e la cosa non sanerebbe alcune incongruenze nel diritto alla cittadinanza che, a mio modo di vedere, ancora oggi permangono. La seconda, per me molto più sensata a corretta, è lo ius soli integrato con uno ius culturae, che permetterebbe a chi è nato in Italia o, pur essendo nato in altro paese, vive in Italia da molti anni, di diventare cittadino italiano in tempi auspicabilmente (molto) più rapidi. Lo ius soli è prerogativa, ad esempio, degli Stati Uniti d’America: nasci su suolo americano e quindi sei anche cittadino americano. Invece da noi va più di moda lo ius sanguinis; quindi, se nasci qui prendi la nazionalità dei tuoi genitori e poi, solo al compimento dei 18 anni, puoi fare domanda per avere la cittadinanza italiana. Peccato che molti di questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze siano italianissimi, nati, cresciuti ed istruiti nel nostro paese, spesso ponti privilegiati tra la cultura dei loro genitori e quella dei loro futuri figli, persone che sono soggette a diritti e doveri propri di qualsiasi cittadino, con la piccola differenza che non sono cittadini italiani e quindi, ad esempio, hanno bisogno del passaporto per espatriare se la loro nazionalità di origine è extraeuropea o, per tornare all’esempio iniziale, non possono partecipare ai Giochi Olimpici o ad altre competizioni indossando la maglia azzurra.

Parlando recentemente con un conoscente, ho scoperto che esiste l’articolo 1 della legge 555 del 1912, sostituito ma ancora valido nell’articolo 1 della legge 91 del 1992, che parte dall’ovvio presupposto che “è cittadino per nascita il figlio di padre o madre cittadini”, ma dà contestualmente la possibilità di chiedere la cittadinanza italiana per ius sanguinis ai discendenti degli emigranti italiani (maschi, o femmine ma solo dopo il 1948) arrivati in paesi dove vige lo ius soli purché nessuno di questi discendenti abbia deliberatamente rinunciato alla cittadinanza italiana.

Si capisce dunque lo spirito del legislatore del 1912, quando vi erano moltissimi italiani che emigravano ovunque, e probabilmente il legislatore del 1991 non ha voluto toccare questa norma: fatto sta che a tutt’oggi questa legge permette a lontani, talvolta lontanissimi nipoti di italiani emigrati, che non conoscono il paese né le sue usanze, che probabilmente non l’hanno mai visitato né a volte sanno dove sia sulla mappa, di richiedere in modo abbastanza semplice la cittadinanza italiana.

Quindi sostanzialmente, ad ora, la legislazione italiana non riconosce come italiano chi, figlio di emigrati, è nato, cresciuto e ha sempre vissuto qui sino ai 18 anni, ma può riconoscere in tempi piuttosto rapidi come cittadino italiano chi ha avuto ad esempio un trisnonno emigrante, ma è nato, cresciuto, ha studiato e magari ha già votato nel paese della migrazione.

Ho letto e riletto la legislazione sulla cittadinanza, e da non giurista non ho molto da eccepire in generale; tuttavia, credo che qualche miglioria nel sistema sia possibile, come ho cercato di argomentare, perché è difficile pensare che moltissime persone nelle situazioni su descritte non possano godere di tutti i diritti di cittadinanza previsti dalla nostra Costituzione. Una risposta va data, e subito. Non è una priorità? Lo è invece, perché il limbo nel quale moltissime persone si trovano a vivere può precludere opportunità di studio, di lavoro, di vita, ecc. Perciò, oltre alle 40 medaglie, speriamo che queste meravigliose Olimpiadi diano lo slancio giusto per correre veloci verso il traguardo di una legge, quella sullo ius soli, attesa oramai da troppo tempo e che sarebbe un notevole passo in avanti verso una società ancora più accogliente ed integrante.